Domenico Barbaja

Milanese di umili origini, che, partendo dal nulla, diventò in pochi anni, uno dei più grandi impresari teatrali di tutti i tempi.

Domenico Barbaja
Domenico Barbaja

I suoi primi anni

Domenico nacque il 10 agosto 1777, nella borgata di Rozzano (zona Sud dell'allora Comune di Corpi Santi, subito fuori Milano), da Carlo Barbaja e Margherita Pini, una famiglia di contadini di umilissime origini.
Nel 1795, non ancora diciottenne, si trasferì a Milano, in cerca di lavoro, per non gravare ulteriormente sui suoi.
Sapeva che le prospettive non erano rosee, essendo lui semi-analfabeta. Riuscì comunque a trovare lavoro come sguattero nei fondaci di una bottiglieria; poi, pochi mesi dopo, accettò un posto come garzone, resosi libero presso il Caffè Cambiasi (noto anche come Caffè del Teatro), frequentato da musicisti e compositori, ove si respirava l'aria tipica dei caffè letterari dell'epoca. Si trovava in Corsia del Giardino (oggi via Manzoni), a due passi dal Nuovo Regio Ducale Teatro alla Scala (cioè il Teatro alla Scala), inaugurato pochi anni prima (nel 1778).

L'intuizione

Era il 1797: un giorno di quell'anno, Domenico, allora ventenne, ragazzotto un po' rozzo, ma dal cervello fino, ebbe un'idea: avendo notato dalle ordinazioni che prendeva ai tavolini, cosa maggiormente ingolosiva i palati e i sensi della clientela, pur non essendo un barman, pensò di creare una bevanda-dessert, che contemplasse un mix degli ingredienti maggiormente richiesti dai clienti. Con un particolare abbinamento percentuale di caffè, panna, zucchero e cacao, creò una sorta di ricco cappuccino, che, caldo o freddo a seconda delle stagioni, potesse essere di gradimento alla maggioranza degli avventori del locale.
Quell'intuizione fu vincente e fece incredibilmente la sua fortuna! Il gradimento fu tale, che la voce si sparse in un battibaleno, dentro e fuori il Caffè Cambiasi, dove lui lavorava: la bevanda cominciò ad essere la più richiesta da quasi tutti gli abituali clienti del locale, al punto da diventare ben presto, non solo la vera 'specialità' del Caffè del Teatro, ma oggetto di tentativi d'imitazione anche da parte degli altri caffè della zona. Furono gli stessi clienti del Cambiasi, a coniare il nome di questa specialità, battezzandola "barbajada", proprio in omaggio al suo ideatore.

Il Teatro alla Scala, nella prima metà dell'Ottocento

Così, all'epoca, al posto dell'aperitivo con gli stuzzichini di moda oggi, le dame in cappellino ed i giovani aristocratici in bombetta, s'incontravano nelle caffetterie per sorseggiare, tra un dolcetto e l'altro, una gustosissima "barbajada", fresca o calda, a seconda del periodo.
Il successo di questa sua "trovata" fu tale, che Domenico, andando a giocarsi le mance della giornata al ridotto della Scala (ove era consentito il gioco d'azzardo nel casinò del Teatro), in un paio d'anni, baciato dalla fortuna, vinse così tanto, da riuscire a mettersi in proprio.

Il Caffè dei Virtuosi


Diventò proprietario, nel 1801, del 'Caffè dei Virtuosi', pure questo vicinissimo al Teatro alla Scala, tanto da fare concorrenza allo stesso Caffè Cambiasi, presso il quale, fino ad allora, aveva lavorato.

NOTA
Fin dal 1788, sotto gli austriaci, era stata emanata una severa disposizione di Giuseppe II d'Austria, secondo la quale, era assolutamente vietato il gioco d'azzardo in città, eccezion fatta per il Teatro alla Scala, nei soli giorni di spettacolo.
Quando, nel 1796, Milano era passata dalla dominazione austriaca a quella francese, quest'ultima aveva deciso di mantenere invariate le disposizioni austriache esistenti, relative al gioco d'azzardo, poiché le tasse che derivavano dal gioco, servivano a finanziare le campagne napoleoniche.

In barba a tutti i divieti, nel Caffè dei Virtuosi, Domenico continuò a far soldi, spregiudicatamente, offrendo ai clienti, quando non c'erano spettacoli alla Scala, oltre alle normali consumazioni, la possibilità di giocare d'azzardo, in una saletta nascosta del suo locale.
Pur essendo a conoscenza della cosa, i francesi tolleravano tale suo illecito, perché lui collaborava con loro, comprando e vendendo, come suo secondo lavoro, munizioni e forniture militari per l'esercito.
Questa esperienza durò poco: già nel 1804, chiuso il suo Caffè, si gettò nel gioco d'azzardo, provando l'esperienza del croupier: nel 1805 raggiunse la posizione di subappaltatore per gestire l'intero casinò della Scala.
Indubbiamente intelligente e grande opportunista, fiutando forti possibilità di profitto proprio dal binomio "musica lirica - gioco d'azzardo", si avvicinò persino alla musica, di cui all'inizio, capiva ben poco. Ma i melodrammi, diventati di moda in quegli anni, stavano contagiando un po' tutti.
Poiché la locandina teatrale prevedeva, a quei tempi, due diversi spettacoli nell'ambito della stessa giornata, uno al primo pomeriggio, e l'altro alla sera, Barbaja contava utilizzare i tempi morti - l'attesa per il cambio di scena fra un atto e l'altro della stessa opera, oppure il lungo intervallo fra la fine del primo spettacolo e l'inizio del secondo -, con varie sedute di gioco d'azzardo per i clienti amanti del rischio, che volevano ammazzare il tempo, svagandosi.
Nel 1805, fu lui a introdurre alla Scala, il gioco della roulette! Tre anni dopo, ottenne la concessione dei giochi d'azzardo, nel ridotto del Teatro.

Il periodo napoletano

Nel 1809, fu chiamato a Napoli, dove gli venne affidata l'impresa dei teatri reali (San Carlo, Fondo, Nuovo e Fiorentini), incarico nuovo per lui e che, con breve interruzione, mantenne fino al 1840.
A Napoli, città ricchissima e aperta alle novità, lavorando come imprenditore teatrale (particolarmente al Teatro San Carlo), cominciò a costrure la sua imponente fortuna, al punto da diventare nel giro di poco, uno dei più grandi imprenditori teatrali italiani di tutti i tempi, e creare uffici ed agenzie in tutta Europa.

NOTA
Fondato nel 1737, il Teatro San Carlo di Napoli, è il più antico teatro d'opera del mondo, ad essere tuttora attivo, primo teatro italiano ad istituire una scuola per la danza; anticipa di 41 anni il Teatro alla Scala di Milano e di 55 anni il Teatro La Fenice di Venezia.

Soggetto dal carattere non facile e impulsivo

Se un semianalfabeta come lui riuscì a diventare così importante come imprenditore teatrale, partendo dal nulla, ciò fu dovuto, oltre che ad una buona dose di fortuna, alla sua intelligenza, alla lungimiranza, al suo innato fiuto per gli affari, ma soprattutto al carattere sicuramente rigido e spregiudicato, ma non cattivo.
Fece scalpore, per la notorietà del compositore Rossini che, in un momento di rabbia, decise di rivelare a tutti per iscritto, la poco piacevole esperienza da lui stesso vissuta, in seguito ad un diverbio col suo imprenditore Barbaja.

Il caso Rossini
Nel 1815, Barbaja (allora trentottenne), invitò a Napoli l'astro nascente, il ventitreenne pesarese Gioacchino Rossini (1792-1868). Per non farselo scappare, lo nominò subito (inaspettatamente per Gioacchino), "direttore musicale" del Real Teatro San Carlo, incarico prestigioso, dato che quel teatro, all'epoca, era forse ancora più importante della Scala di Milano. Il contratto prevedeva che il giovane, in compenso, avrebbe dovuto rielaborare vecchie opere e comporre due nuove all'anno, il tutto per un compenso economico irrisorio, oltre ad una minima percentuale sugli introiti del gioco d'azzardo, di cui il Barbaja era riuscito ad avere la concessione anche al San Carlo. Per indorargli la pillola, l'impresario gli abbuonò l'affitto della casa a Napoli, ospitandolo nel suo sontuoso 'Palazzo Barbaja' nel cuore della città. Per Gioacchino, già lo spostarsi da Pesaro a Napoli, era stato molto eccitante; l'incarico prestigioso poi, assolutamente inatteso e insperato, gli aveva dato l'impressione di essere arrivato al top delle sue più rosee aspettative di carriera.
Gioacchino Rossini (1792-1868)
A 24 anni e un po' ribelle come tutti i giovani, Rossini mal sopportava certe imposizioni, soprattutto se provenienti da un analfabeta come il suo impresario. Barbaja gli aveva chiesto per prima cosa, di comporre l'Otello, ma, per un giovane che viene dalla provincia, il fascino della città partenopea e le tentazioni che essa offriva, erano troppo grandi per rinunciare a godersela un po'. Il lavoro avrebbe potuto aspettare!
Così, a farla breve, entro la data concordata, non scrisse nemmeno una nota dell'opera commissionatagli. Alexandre Dumas raccontava che il grande pesarese passava intere giornate seduto ai tavolini dei Caffè di via Toledo, gustando le mille prelibatezze della cucina partenopea.
Quando, mancando meno di due settimane alla 'prima' al Regio, il Barbaja non si era visto consegnare dall'artista, l'opera commissionatagli, preso dalla disperazione, decise di "rinchiuderlo" in una stanza del suo palazzo, fino a quando non gliela avesse consegnata. Lo confermò Rossini stesso in queste righe:

«Ho composto l'Ouverture dell'Otello in una cameretta del palazzo di Barbaja, ove il più calvo e il più feroce degli impresari mi aveva rinchiuso senz'altra cosa che un piatto di maccheroni, e con la minaccia di non poter lasciare la camera, vita durante, finché non avessi scritta l'ultima nota.»

Vistosi "prigioniero", Rossini decise finalmente di mettersi al lavoro. Fu così, che in pochi giorni, compose l'Otello, che fu rappresentato per la prima volta al San Carlo di Napoli, il 4 dicembre 1816.
Isabella Colbran
La vendetta di Rossini
Rossini
subì in silenzio le numerose angherie del Barbaja, ma se le legò al dito, promettendo a sé stesso di fargliele pagare tutte, alla prima occorrenza.
L'opportunità gli capitò alla fine del 1821, quando, invaghitosi del soprano Isabella Colbran (1784-1845), la bella amante spagnola che conviveva con Domenico da oltre dieci anni, mise in atto la sua vendetta, soffiando all'impresario la sua amante e anzi sposandola nel marzo 1822 a Castenaso (BO), nonostante lei avesse otto anni più di lui.
In conseguenza di tale affronto, i rapporti del Barbaja con Rossini si raffreddarono, ma Domenico, trovò subito da consolarsi con altre soprano più giovani della Colbran! Infatti, le cronache rosa dell'epoca raccontano delle sue passioni per diverse dive di allora, come Giuditta Pasta (1797-1865), Maria Malibran (1808-1836), Virginia Boccabadati (1828-1922), donne, per la loro bellezza, desiderate da tutti.
Nonostante quel precedente, Barbaja non mantenne rancore, continuando comunque ad avere buone relazioni con Rossini: diversi anni dopo, quando il compositore ammalato, ebbe bisogno di cure, si prodigò ad ospitarlo per tutto il tempo necessario, nella sua villa di Posillipo.

Imprenditore edile

Nel suo fervore imprenditoriale, assunse coraggiosamente l'appalto per la ricostruzione del Teatro San Carlo andato distrutto da un incendio il 13 marzo 1816, Il Barbaja fu posto "sub judice", poiché si credeva che l'incendio fosse stato appiccato da lui "per aver egli mancato di eseguire i patti contenuti nel suo istrumento di affitto". Scagionato poi dall'accusa, dimostrò la sua serietà d'impresario edile, garantendo al re Ferdinando I, la ricostruzione "più bello di prima" e la riconsegna del teatro entro i nove mesi dall' inizio lavori e rispettando fedelmente tale termine.

Incendio della notte del 12 febbraio 1816 in un dipinto di Salvatore Fergola

Costruì non solo il teatro, ma anche diversi altri edifici a Napoli e addirittura una chiesa, quella di San Francesco di Paola in Largo di Palazzo (Piazza del Plebiscito).

Direttore artistico

Vienna
Oltre alla gestione dei teatri napoletani, fra il 1821 e il 1828, Domenico Barbaja ebbe pure quella del Theater an der Wien e del Kartnerthortheater a Vienna, teatri presso i quali, organizzò grandi stagioni musicali, che gli dettero l'opportunità di conoscere famosi cantanti e compositori.

Milano
Nello stesso periodo, fra il 1826 e il 1832, il dinamico impresario assunse pure la gestione dei teatri milanesi, il Carcano, la Canobbiana e la Scala.

Scritturò grandi compositori

Gaetano Donizetti
Oltre a Gioacchino Rossini, altro celebre nome che Barbaja riuscì ad attirare alla sua corte, nel 1822 (in coincidenza con la fuga a Vienna del suo "ex-pupillo" con la Colbran), fu il bergamasco Gaetano Donizetti (1792-1868), che, assunto come direttore artistico, rimase a Napoli fino al 1838. Qui compose alcune delle sue opere più belle come la famosa 'Lucia di Lammermoor' che presentò, nel 1835, al Teatro San Carlo. Il contratto venne stipulato nel 1827, con l'obbligo perentorio di scrivere quattro opere all'anno per il massimo teatro cittadino. La sua produzione fu vastissima e presentò le sue opere oltre che in varie città d'Italia anche a Londra, Parigi e Vienna. La sua prima comparsa a Milano, fu alla Scala con 'Chiara e Serafina, ossia I pirati ' (1822), al Carcano con 'Anna Bolena' (1830) e alla Canobbiana con 'L'elisir d'amore' (1832 ).

Gaetano Donizetti (1792-1868)

Vincenzo Bellini
Altro talento che il Barbaja scoprì in quegli anni, fu un giovane catanese appena uscito dal Conservatorio. Dopo averlo sentito, cosa davvero unica per lui, gli offrì spontaneamente un contratto: si chiamava Vincenzo Bellini (1801-1835), che lui fece esordire, nel 1826, al Teatro San Carlo di Napoli con l'opera giovanile 'Bianca e Fernando' (titolo ritoccato in 'Bianca e Gernando' per non mancare di rispetto al principe Ferdinando di Borbone). A Milano esordirà poi alla Scala con 'Il pirata' (1827), 'La straniera' (1829), la 'Norma' (1831) e al Teatro Carcano con 'La sonnambula' (1831). Morì prematuramente a Parigi nel 1835, a soli 33 anni, di rettocolite ulcerosa.

Vincenzo Bellini (1801-1835)

Grande merito di Barbaja, in questa sua trentennale attività d'imprenditore teatrale, fu di far conoscere sia in Italia che all'estero, molte importanti opere del teatro musicale di compositori italiani e tedeschi come Gaspare Spontini, C.W. Gluck, e C.M. von Weber, ma soprattutto a quello di Rossini, Mercadante, Donizetti, Pacini e Bellini.

Dopo una carriera brillante, si costruì un imponente palazzo ad Ischia, (Palazzo Barbaja, a Casamicciola Terme), dove raccolse tutte le sue numerose opere d'arte e dove morì per un infarto, il 19 ottobre 1841, all'età di soli 64 anni.

La sua tomba andò purtroppo perduta e la sua favolosa collezione di oggetti antichi e di quadri (possedeva anche un Tiziano), andò dispersa fra gli eredi.

Cosa dicevano di lui, i suoi contemporanei

Sulla figura del Barbaja, i giudizi sono piuttosto discordi.

Giuseppe Rovani (scrittore milanese)

Nei suoi "Cento anni", lo "dipinse" in modo non molto lusinghiero:

"quest'uomo..., meno le sue speciali cognizioni sul cacao e sul moka, era di una ignoranza mitica; ma aveva il genio del far danaro senza guardare ai mezzi, senza idee di onestà, non fido che all'ultimo intento... Nella sua condizione d'impresario era perciò uno strozzino inesorabile di maestri, di cantanti, ballerini e maestri di musica ..."

Seppe fare indubbiamente bene i suoi conti. Non sapeva fare due più due, "ma due lire più due lire, fanno sempre quattro lire!". Era molto rozzo ma, a modo suo, anche generoso.

Gioacchino Rossini

 Il suo giudizio sull'impresario, nonostante le angherie subite, non fu poi così negativo:

Era, nel suo genere, un uomo geniale, che amava far le sue cose con grande magnificenza ed ambiva di fornire i teatri, affidati alla sua direzione, delle migliori opere e dei migliori esecutori senza badare a spese. La sua disgrazia erano l'irritabilità e la vanità..."

Eduard Maria Oettinger (scrittore tedesco)

Nella sua biografia su Rossini, lo scrittore fa una caricatura fisica e morale del Barbaja, descrivendolo come "un essere ripugnante, spia e lenone".

Giuseppe Radiciotti (musicologo jesino)

"Fu, nella sua professione, uomo non comune. Senza possedere alcuna cognizione di architettura, egli si rivelò improvvisamente un eccellente costruttore... Senza possedere alcuna cognizione di musica, egli divenne, in virtù di un felicissimo naturale intuito, il più abile e geniale ordinatore di spettacoli del suo tempo, il principe degli impresari, come piacque di chiamarlo ai suoi contemporanei. Nei trent'anni, circa, della sua carriera professionale, pochi furono in Italia i cantanti ed i compositori di genio, ch'egli non divinò, incoraggiò, protesse. Tutte le grandi città d'Italia e la stessa Vienna subirono la dittatura lirica di questo impresario"

Di lui rimane ancora oggi il ricordo della sua 'barbajada' e di un genio, che pur restando quasi analfabeta, ha saputo essere uno dei più grandi impresari teatrali di tutti i tempi e, a ragione, 'il padrino del Belcanto'.
Grazie alla sua fama e alla sua fortuna, venne pure soprannominato 'Viceré di Napoli' e 'Principe degli impresari'.